I privilegiati di Johnathan Dee

I privilegiati

di Johnathan Dee

Neri Pozza

Definirli mostri dei giorni nostri è sensato, ma se fosse semplice liquidarli così Jonathan Dee non ne avrebbe scritto per 297 pagine tirandone fuori un capolavoro. Adam e Cynthia Morey sono belli, perfetti e innamorati. Il loro amore è il centro assoluto delle loro vite; la loro unica prospettiva è il futuro; la loro religione negare il passato, considerarlo, qualunque esso sia – errori di gioventù, un padre che ti ha abbandonato, una sorellastra grassoccia e indagatrice, truffe finanziarie da galera – un pensiero in fondo a sinistra, di cui puoi liberarti facilmente. Un atteggiamento che sarà per tutta la vita il loro mantra. Adam e Cynthia si sposano giovanissimi (la descrizione del matrimonio è di per sé un racconto, tanto è perfetta e sconveniente) e muovono dalla provincia a New York per cogliere i frutti di un Eden che sentono loro per diritto, per il solo fatto di essere intelligenti, capaci e determinati. E Adam così lo è per davvero: lavora nella finanza, è amato dal suo capo (come non amarlo: le azzecca tutte, è spiritoso, ossessionato dalla forma fisica, durante la pausa nuota per scaricare la tensione) fa soldi a bizzeffe ed è fedele alla moglie. La asseconda in ogni desiderio, e si riconosce nei suoi desideri. Il libro è scandito dai traslochi della famiglia Morey, più che dall’età dei due figli ai quali verrà insegnato ad approfittare di tutti i vantaggi della condizione di ricchi-belli-stimati-famosi a cui Adam e Cynthia sono assunti. Ma l’ascesa dei due non sarà senza traumi, senza scelte e senza rischi: Adam se ne assume la responsabilità e quando tutto sta per crollare, quel loro irriducibile, adamantino amore si rivelerà ancora una volta la vera stella del loro destino. Gli dirà Cynthia: “Grazie per non avermi detto niente (…) So che l’hai fatto per noi. E sono fiera di te, se vuoi sapere la verità. Sei un uomo, Adam. Sei un uomo fra gli uomini. Che vengano pure. Non ci potranno nemmeno sforare.” Il refrain del romanzo è il continuo rimbalzo tra le virtù dei Morey e le loro dannazioni. Adorano i figli e gli amici dei figli che ospitano a casa, sono fedeli l’uno all’altra e non peccano di gelosia, arrivano a gestire una fondazione benefica che distribuisce milioni in ogni angolo del mondo perché vogliono lasciare un segno. Ma rinnegano ogni presenza del loro passato (memorabile la scelta del nome, April, per la figlia, quando poi lei dovrà discuterne a scuola), Adam cede ai facili guadagni alla finanza sporca, Cynthia mal sopporta la madre che si è risposata, sbeffeggia la sorellastra che è ricoverata per una forte depressione, e – in una delle scene madri del romanzo – liquida l’ultima compagna del padre mentre lui è nel letto di morte. “Noi “, intesi lei e Adam,” siamo una multinazionale”, dirà Cynthia. Privilegiati e intoccabili. I due figli adolescenti, ciascuno a proprio modo – April trascinandosi da un party all’altro e Jonas vivendo alla bohème e inseguendo artisti di strada – sperimenteranno un altro modo di esistere ma verranno condotti con fermezza e gran senso pratico – né Cynthia né Adam sono stati stinchi di santo da ragazzi – verso il loro destino fatto di attici, jet privati e amiche PR che tengono alla lontana la stampa se ti sei fatta, sali in macchina con uno sconosciuto e finisci in un fosso. Conosce il prezzo di tutto Adam, ma a spingerlo “non era tanto la ricchezza in sé. Era il fatto di vivere una vita piena, una vita più grande della vita”.

(tina guiducci)

La trama- Adam e Cynthia Morey sono una coppia perfetta. Intelligenti, affascinanti, frivoli, vivono l’istante, l’immediato presente che li circonda, senza alcun legame affettivo che rallenti la loro corsa. Sentono di essere infallibili, sempre e comunque, e nella cerchia dei loro amici sono i primi a sposarsi. Hanno poco piú di vent’anni, e il matrimonio è l’occasione giusta per tagliare i ponti con i genitori, modesti lavoratori che i due guardano con disprezzo. Adam è un ragazzo avvenente, Cynthia, bellissima e vanitosa, ripete spesso: «Adam mi fa ridere e mi fa godere».

Sei anni dopo si sono trasformati nei tipici aspiranti ricchi dei quartieri bene di Manhattan. Lui lavora nella finanza da mattina a sera, è il preferito del capo (che disprezza) e ha iniziato a guadagnare un mucchio di soldi, non sempre in modo legale. Lei invece sta a casa con i bambini, e fatica a trascorrere delle giornate ripetitive che sembrano non finire mai. Al massimo va in palestra, con l’angoscia di essere diventata una di quelle donne che hanno smarrito ogni vitalità.

Ma il periodo buio non durerà molto. I due hanno un unico interesse, una grande ambizione: diventare sempre piú ricchi, raggiungere una posizione sociale di assoluta preminenza, in qualunque modo. Gli scrupoli non contano, una buona parte dei guadagni di Adam viene da affari poco puliti, da informazioni riservate, ma il mondo della finanza è fatto cosí, bisogna sempre incassare i propri privilegi. E la fortuna è dalla loro parte: un giorno Cynthia e Adam conquisteranno una ricchezza tale da dover assumere un consulente per le spese personali, e anche i figli impareranno a sfruttare l’ambiente dorato che li circonda. Se si mettono nei guai sanno che riusciranno sempre a farla franca, come tutti i ricchi di questo mondo.

I privilegiati delinea il ritratto intimista di una famiglia e si trasforma gradualmente in un’accusa rivolta a un’intera classe sociale e al momento storico in cui stiamo vivendo. È una storia ricca di suspense, di malinconia, caustica e divertente, narrata con una prosa limpida e pacata, capace di raccontare con intensità e bellezza la complicata e crudele commedia della vita.

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