Maria Teresa Carbone, Alfabeta2 e la sostenibile “pesantezza” della cultura

Cultura, cultura, cultura. C’è ancora chi ci crede, la difende e la diffonde in ogni modo. Mi è capitato così, di recente, in uno degli incontri domenicali della rassegna (culturale naturalmente) Laquasiconferenzacolta a Monteverde Vecchio a Roma, di conoscere Maria Teresa Carbone (nella foto insieme a Nanni Balestrini),  donna da sempre nel mondo dell’editoria e della cultura, creatrice del gruppo Monteverdelegge e della biblioteca Plautilla e alla guida della redazione di Alfabeta2 che di recente ha pubblicato l’Almanacco 2019, occasione di questa chiacchierata, che è poi andata molto oltre.
Come nasce il progetto dell’almanacco?
Con Nanni Balestrini il progetto di un almanacco covava da anni, da prima che nel 2010 Alfabeta tornasse in edicola con la seconda serie. Ci piaceva l’idea di proporre una selezione per nulla neutra degli oggetti più interessanti usciti nel corso dell’anno in campo culturale e artistico, e riprendere così una tradizione antica ma viva anche nel ‘900 con l’Almanacco Bompiani e con il Patalogo di Franco Quadri. Quando nel 2014 Alfabeta è passato all’online, ci siamo detti (anche con Andrea Cortellessa, a quel tempo membro attivo della redazione) che non volevamo abbandonare del tutto la carta e che appunto l’almanacco sarebbe stato un oggetto giusto per offrire questo sguardo sul passato recente e sul futuro prossimo, e al tempo stesso per riproporre i nostri articoli più significativi.
 
Come avete scelto gli articoli all’interno?
Ormai siamo al quarto almanacco e il metodo è rodato. Ognuno di noi sceglie gli articoli che trova più rappresentativi nei vari ambiti di cui Alfabeta si occupa. Poi confrontiamo le liste e a questo punto comincia la discussione, ma alla fine non è difficile trovare un accordo.
 
In un mondo in cui tutto viaggia “in tempo reale”, quanto è importante marchiare fatti e parole parte del passato?
In realtà la nostra visione del mondo è fortemente condizionata dalla nostra storia, che noi la conosciamo o no. Non dimenticarla, saperne definire i contorni ci aiuta a muoverci in modo più critico e consapevole nel presente in cui siamo immersi. Se poi, come accade con i libri o con le opere d’arte, noi ci confrontiamo con sguardi diversi dal nostro, la prospettiva si amplia, diventa più ricca. L’illusione del tempo reale, di una immediatezza che si consuma nell’immediatezza, è appunto un’illusione.
 
Può parlarci in generale del progetto editoriale alfabeta? 
Alfabeta è stata una rivista molto importante negli anni ’80, l’avevano fondata tra gli altri Nanni Balestrini e Umberto Eco, convinti della possibilità di parlare di cultura in modo trasversale, unendo oggetti diversi (libri mostre film) all’interno di percorsi che analizzavano i nodi problematici di quegli anni. Poi, nel 1988, Alfabeta ha cessato le pubblicazioni. Nel 2010, quando Alfabeta è rinata, si è aggiunto alla testata un 2 per segnalare continuità e differenza, e soprattutto nel sottotitolo non si è più parlato di “informazione culturale”, ma di “intervento culturale”. Una scelta precisa in una fase in cui si guarda spesso alla cultura come a un ornamento magari (e non sempre) piacevole, ma fondamentalmente inutile. Una scelta che continuiamo a operare da quando, nel 2014, abbiamo scelto la rete come veicolo principale della rivista.
 
Da sempre ha lavorato con giornali cartacei e nel mondo dell’editoria, come vive questa nuova avventura online?
In realtà la mia collaborazione con Nanni Balestrini compie adesso vent’anni e il primo oggetto su cui abbiamo lavorato insieme è stato il sito internet Raisatzoom. Era il 1999 e noi lo definivamo “la prima televisione in rete’, perché proponevamo molti video, a dispetto della lentezza dei modem di allora. Insomma, per quello che mi riguarda, contrapporre carta e rete è di nuovo un falso problema. Io sono molto felice delle grandissime opportunità che internet mi offre, anche se so che in larga parte a causa di internet quella pratica che chiamiamo lettura sta cambiando e acquisisce nuove modalità e nuovi significati. Penso che gli editori di libri come di giornali, ma anche i giornalisti, gli insegnanti, tutti quelli che a vario titolo fanno lavori intellettuali, dovrebbero rendersene conto, diversificare gli oggetti e le esperienze a esso connesse, insegnare ai più giovani che non esiste un solo modo di leggere (così come non c’è un solo modo di camminare o di nuotare). Solo così, e non solo esaltando astrattamente quello che si faceva un tempo, è possibile secondo me mantenere il senso di quella lettura critica che richiede tempo e attenzione e che può dare moltissimo alla strutturazione di una persona.
Questo sito utilizza i cookie per assicurarti una migliore navigabilità. Leggi le condizioni sul trattamento dei dati personali.

Accetto