Quel pisolino a Villa Bardini (ovvero cronaca semiseria di un pranzo d’autore alla Leggenda dei Frati)

Capita che in un caldissimo giovedì di giugno, una collega ti inviti a pranzo, per programmare le attività del prossimo anno. E che dopo una mattina impegnativa, al lavoro senza un minuto di sosta, sospese tra getti gelidi di aria condizionata che inducono all’utilizzo di golfini da vecchia zia che fanno tanto granny chic e vampate di calore umidiccio per nulla fashion dati da percentuali di umidità che solo Firenze e Bologna sanno regalare, ti proponga una piccola passeggiata nel centro città. Per raggiungere un posto speciale. E via in mezzo a orde di turisti (io li capisco i fiorentini quando vengono etichettati come chiusi, che non familiarizzano con il prossimo, anche io arriverei a odiarlo il prossimo, sempre in vacanza, mentre io sono al lavoro). Passato il Pontevecchio, in pochi minuti si è in Costa S Giorgio, che sale verticale dall’Oltrarno alla collina. I turisti si diradano, aumentano le edicole sulle piccole case, tra cui quella di Galileo Galilei. Si inizia a respirare un’altra aria, in tutti i sensi. Fino a che, ci si infila nel portone di Villa Bardini, da fuori non particolarmente in evidenza rispetto agli altri palazzi della via. Qui ha il suo regno, Mr Filippo Saporito, chef della Leggenda dei Frati, una stella Michelin, allo studio per l’upgrade.

Quel che non si vede da fuori si rivela all’interno, piano piano, con grazia e discrezione, sotto molti punti di vista. La location presenta una prima sala con arredi moderni e di design, opere d’arte contemporanea alle pareti, provocatorie, efficaci nel catturare l’attenzione di un occhio che forzatamente fugge all’esterno. Eh già perchè di fuori non c’è solo un semplice giardino, ma dopo una piccola passeggiata nel verde, c’è Firenze in tutto il suo splendore, incorniciata da un giardino all’italiana elegantissimo. La bellezza trionfa e anche se c’è il rischio di sciogliersi dal caldo, non si può resistere a farsi scattare una foto con questo sfondo (siamo troppo pigre anche per il selfie con una giornata così…).

Ops! L’avevo detto che l’occhio scappava oltre, con gli altri sensi a inseguirlo, per catturare in natura sapori e sensazioni gustati nel piatto, erbette magiche appena raccolte e sapientemente mescolate nei piatti proposti. Grazia e discrezione, ancora, sono le due parole che meglio descrivono la successione armonica di sapori proposta in una degustazione che spazia tra mare e terra, senza strambate improvvise, ma dolcemente spinte da un fresco vento di poppa sul far della sera, con il caldo rosa del tramonto in faccia. Questo tradotto in termini comprensibili all’umano lettore e non al recensore in preda al delirio poetico significa un menu freddo nella precisione dell’esecuzione, ma caldo nel gusto, morbido, generoso e mai avaro. Comprensibile anche se non facile, sofisticato senza essere stucchevole.

A questo punto dovrei scrivere il dettaglio dei piatti, dei vini, del tovagliame e del servizio accogliente e mai invadente, descrittivo, ma non didascalico, insomma entrare un po’ più nel vivo. Ma mi sono impigrita e non ne ho più voglia. Penso che mi sdraierò a fare un pisolino all’ombra di uno dei bellissimi alberi secolari della Villa. Alla faccia dei turisti che si accalcano laggiù.

Un grazie speciale a Ilaria Legato

 

(Giulia Rossi - BOOP.NEWS)

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